Astratti

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Francesca Dosi dipinge la sabbia e il movimento, l’acqua e i suoi cerchi concentrici, la terra rossa e la superficie increspata dell’onda.
La sua è una ricerca sul figurativo che si impone per scomparire, sull’immagine ruvida che cerca di sciogliersi nell’elemento liquido, talvolta vetrificato, talvolta vellutato. Paradossalmente polveroso nella sua lucida evidenza. Usa tecniche miste che le permettono di mescolare l’acritico e la polvere,l’olio e il gesso, l’immagine ritratta a matita carboncino e il volume dell’impasto.
Questo nasce da un’esigenza: piegare la sua natura di ritrattista fedele all’eccesso e di involontaria naturalista a un’esigenza simbolica, riconvertire l’immagine percepita in senso analitico, preciso e metodico in altro da sé, in movimento, in materia, in eccesso cromatico, per farne concetto e corrispondenza. La corrispondenza baudelairiana è proprio il motore dei gruppi di opere esposte, legate tra loro dal filo rosso della parola, da stralci di poesie francesi di fine ottocento che si susseguono ad indicarne la continuità. Si tratta di opere conosciute, recitate, lette e forse memorizzate sui banchi di scuola, opere emblematiche della ricerca letteraria di un’armonia impossibile, del sogno simbolico del superamento della materia e della creazione di’una lingua poetica nuova che sappia suscitare l’immagine di un’altrettanto nuova realtà, o irrealtà. E così le parole accompagnano il passaggio del tempo e delle stagioni e la rossa linea dell’ignoto cosmico, sottolineano il movimento perenne dell’acqua e della vita, premono sulla narrazione di un mondo d’armonie che si cerca nella musica e nel rincorrersi degli astri. La musica è l’altro volto della parola poetica ed è, parallelamente, la conclusione del percorso di Francesca nella mostra: nel gioco dell’impasto della materia, nel fatto fisico di sentirla sulla pelle, stenderla, distribuirla e graffiarla si creano movimenti e accenni di figure, analogie tra gli archi e il cerchio, tra il suono e la forma.
Si intravedono viole e violoncelli, si percepiscono figure maschili e femminili nascoste nella linea tonda degli strumenti, si rincorrono musicisti e danzatori alla ricerca dell’armonia primaria, dell’ignoto cosmico.

                                                                                                                                                                                                     Tiziano Marcheselli - Gazzetta di Parma del 19⁄11⁄2006

Monica Vitti

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Echi di celluloide 2007

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Manifesti di film ritrovati sotto raschiati, graffiati, tormentati lacerti di affreschi, ferite dalle quali occhieggiano divi del cinema: miti di una laica ritualità che delle immagini luminose in precario movimento, poiché la dimensione di un passato lontano e senza tempo è connaturata a queste immagini che sono affioramenti, icone di liturgie lontane, santini sbiaditi e accartocciati, sistole e diastole della nostalgia, smemoratezza ed insieme rimpianto. Questo il senso di questi “echi di celluloide” di Francesca Dosi per il Centro Cinema “Lino Ventura”, per ricordare l’attore che della parmigianità fece davvero un elemento internazionale. Una pittura che richiama i manifesti strappati di Mimmo Rotella, i suoi collages e décollages, ma senza la loro casualità sapientemente costruita, il loro ammiccamento seducente con l’impasto dadaista di stili ed immagini diverse. Qui è la materia della pittura trasformata in superficie scabra, quasi riarsa, sgranata, screpolata, crettata dal tempo e l’apparizione di un volto – eco della memoria e del desiderio – che emerge, illumina, riscalda ed in qualche modo ricompone questo specchio spezzato, ridandogli un’anima.

 

Parma, palazzo dell’Ospedale Vecchio  novembre 2007

 

                                                                             Marzio Dall’Acqua