Biografia 

 

Francesca Dosi nasce a Parma nel maggio del 69, si laurea in lingue e si specializza in letteratura francese, privilegiando lo studio dell’adattamento teatrale e della trasposizione cinematografica.

Trascorre alcuni anni in Francia, come lettrice d’italiano, dapprima in Normandia e poi in Linguadoca. Per alcuni anni viaggia in tutto il mondo come responsabile traffico ed escursioni per tour operator italiani ed infine, tornata a Parma, inizia ad occuparsi di cinema e di didattica della lingua francese, alternando l’insegnamento a numerose altre esperienze professionali. Scrive per riviste specializzate, collabora a rassegne e a convegni di cinema, anima il cineclub Truffaut ed inizia a tenere corsi di linguaggio cinematografico in scuole superiori e all’Università popolare, insegna canzone e lingua francese al Conservatorio, occasionalmente traduce e si presta ad interpretariato e a visite guidate in lingua.

Nell’agosto del 2007, dopo anni di precariato entra in ruolo come docente di francese ed è allora che abbandona – temporaneamente - il “posto fisso” e decide di dedicarsi alla ricerca. Lavora sui meccanismi di scambio e di passaggio tra le arti, in particolare tra la pagina scritta e l’universo di celluloide.

Entra in dottorato alla Sorbonne Nouvelle e si trasferisce a Montmartre dove alterna lo studio al lavoro in atelier e alla scrittura romanzesca.  Una volta concluso il dottorato, con le felicitazioni della commissione, ottiene una tripla abilitazione all’insegnamento universitario e pubblica la sua tesi sulle traiettorie balzachiane nel cinema di Jacques Rivette. Scrive intanto numerosi racconti e pubblica il primo romanzo, Ma saison avec Guillaume, dedicato all’amico precocemente scomparso e “accidentalmente” celebre Guillaume Depardieu.

Rientrata in Italia, collabora all’Università e riprende il suo lavoro d’insegnante in un professionale serale per dedicarsi, durante il giorno, alla ricerca artistica.

La pittura l’accompagna attraverso ciascuna  delle sue esperienze. Autodidatta, realizza, sin dall’adolescenza, ritratti a matita e a carboncino, passa poi all’informale senza alcuna pretesa autoriale, “per giocare con i colori e impastare la materia”. Espone in numerosi locali cittadini e presso la libreria Fiaccadori di Parma nel luglio del 2006. Dipinge, trasfigurandoli e facendone astrazione, la sabbia e il movimento, l’acqua e i suoi cerchi concentrici, la terra rossa e la superficie increspata dell’onda e ritrova, in questi ultimi tempi, il gusto dell’immagine e l’impronta intensa dei volti nel tentativo di farne tutt’uno con le polveri e i pigmenti. Usa tecniche miste che le permettono di mescolare l’acrilico e la polvere, l’olio e il gesso, l’immagine ritratta a matita carboncino e il volume dell’impasto. Ricerca, questa, che nasce dall’esigenza di piegare la sua natura di ritrattista fedele all’eccesso a un’esigenza simbolica, riconvertire l’immagine percepita in senso analitico, preciso e metodico in movimento, in materia, in eccesso cromatico, per farne concetto e corrispondenza.

Nascono così gli “Echi di celluloide” dove le icone del cinema hollywoodiano classico s’impongono nella loro lucida evidenza per poi fondersi nella ruvida materia, nel velluto dei colori polverosi e nell’effetto vetrificato delle lacche. Francesca s’ispira inizialmente alle locandine strappate e ricucite di Mimmo Rotella per realizzare questa serie di ritratti che espone al Centro Cinema Lino Ventura di Parma, all’Espace Moselle di Bruxelles e allo storico Studio 28 di Montmartre. Il lavoro sulle dive della settima arte nasce da una passione per il cinema che è il legante di ciascuna delle sue attività artistiche e professionali, ma anche da un profondo desiderio di recupero della memoria. Di una memoria affettiva, scevra d’implicazioni mediatiche e paradossalmente lontana dalle manifestazioni chiassose della pop art.

A Parigi Francesca continua ad occuparsi del mondo del cinema e dei volti del passato, lavora sulla commistione astratto/figurativo, tentando di inserire volti e dettagli in contesti informali. Realizza una serie di ritratti di Guillaume Depardieu (La Blessure[1], trad. La ferita) per rendere omaggio alla persona e all’artista, utilizza nuove tecniche che rendano meno materico il dipinto, ne facciano ombra, sovrapposizione, sfumatura delicata. Prosegue in questa direzione con i cicli dedicati a Fabrizio de Andrè e a Marilyn, ripresa in una serie dal titolo evocativo Il sogno della farfalla, ispirato a un testo di Tabucchi sull’attrice. Sostanza liquida e aerea al contempo, evocata dal movimento scenico, dalla danza di una Marilyn farfalla dalle ali spezzate e dallo sguardo di bambina. La grazia e l’innocenza nascono su di un terreno arido, polveroso, emergono dal tocco ampio della pennellata e si lasciano intravedere dietro un velo cupo e vischioso.  Le forme delicate di una natura femminile che è fonte di desiderio e preda della propria fragilità si dispiegano al gioco di una spatola che toglie invece di aggiungere affinché le figure sfiorino impercettibilmente le masse organiche dei pigmenti colorati e si diluiscano fino a divenire impalpabili.

Raffinata, sottile, la pittura di Francesca rintraccia una fragilità privata occultata dall’immagine di una bellezza pubblica, di consumo, la malinconia nascosta nell’« evidenza » del volto conosciuto. Nei suoi ritratti spiegazzati, grattati, su di una superficie materica volutamente intaccata dal tempo, l’artista rintraccia la dissoluzione dell’icona e l’emergere della sostanza interiore.  Questo percorso prosegue, in parallelo, tramite l’astrazione, nel tentativo di sondare una realtà immateriale, senza tempo, centrata sulla percezione fisica, sensoriale, delle cose: l’artista realizza con tecniche miste schizzi e tele di grandi dimensioni che espone in una serie di “personali” all’atelier Moto 777 di Parigi.  Si lascia condurre da sensazioni fuggitive, effimere, e le forme s’incrociano, si mescolano nel movimento aereo di pennelli e spatole, strumenti leggeri di una ricerca di armoniosi accordi tra gli elementi, corrispondenze sottili d’ispirazione baudelairiana dove tutto si risponde, si fa eco ed armonia. Il liquido si alterna al pastoso, al terreno e giunge a diluire la corposità organica e sabbiosa dei pigmenti, un fuoco discreto di rossi vivi ma trasparenti accende le sfumature della materia e la riscalda. La pittura stessa sembra portata dal movimento di un vento immaginario, diventa leggera, impalpabile.

Le silhouettes astratte lasciano indovinare le forme delicate di una natura madre, protettrice degli esseri umani in preda alla fragilità e al desiderio. Alla ricerca delle segrete corrispondenze tra le forme e la materia, Francesca rincorre un sogno di armonia, un miraggio di eternità individuale, mentre dell’essere umano coglie, all’opposto, la natura effimera, l’evanescenza. I nudi maschili esposti alla Galerie Chappe di Montmartre sono il risultato di una ricerca sulla ritrattistica tradizionale, a carboncino, che si piega ad effetti sottili di cromatismo appena accennato e ad un lavoro di progressiva erosione della materia pittorica volto proprio a cogliere l’evanescenza della bellezza, le sue ferite nascoste, le sue pieghe. I corpi statuari e i muscoli ben disegnati celano strappature, graffi, riprendono e concludono il lavoro di recupero della memoria centrato su Guillaume Depardieu

Alla galleria S.Andrea di Parma una retrospettiva celebra la pittura di Francesca, rientrata in Italia. Nello spazio espositivo dell'ex chiesa tardomedievale una serie di dipinti, dalle icone del cinema ai nudi maschili che simbolicamente rimandano ad un percorso sia artistico dell'autrice che interiore dell'essere umano, accompagnano il visitatore ad un abbandono delle sovrastrutture per ritrovare l'essenza e la fragilità della vita. E' un omaggio agli archetipi senza tempo di uomo e donna.

Memoria trascritta sulla tela, la pittura di Francesca è sogno di armonia, di grazia e di persistenza, ma lascia affluire le ferite e la fragilità di un’umanità malinconica destinata a scomparire, occultata dietro veli d’ombra, luci polverose e pigmenti liquidi, evanescenti. E’ traccia, movimento e organica trasparenza. La sua pittura è donna, venere degli antichi, madre premurosa e chimera d’eternità, meditazione e compianto della bellezza che sfiora il cammino degli uomini.

 

 

[1] Il n’y a pas à la beauté d’autre origine que la blessure, cachée ou visible, que chacun porte en soi.  Traduzione : Non c’è della bellezza altra origine che la ferita, nascosta o visibile, che ciascuno porta in sè (atelier Alberto Giacometti)

fradosi@libero.it - pagine Facebook: Francesca Dosi / Ninfa/ Evanescenze / Ma saison avec Guillaume /Trajectoires balzaciennes dans le cinéma de Jacques Rivette

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